CORRISPONDENZA TORINO FILM FESTIVAL 30: MOTHER DI VORAKORN RUETAIVANICHKUL (ITA)

mother-cover

Per Narda Liotine

Il cinema tailandese ci ha da tempo abituati a una serie di successi e gemme come di rado avviene nella produzione di un unico Paese. Esplosa nel 1997 come gran parte delle cinematografie del sud-est asiatico, quella siamese è sorprendente sia nelle sue opere di finzione che in quelle documentaristiche.

Il dolore è una questione esclusivamente privata? Non necessariamente. La sua elaborazione è per certo una questione personale che tormenta e può essere l’arte la formula più giusta per esorcizzare l’angoscia. Sembrano queste le ragioni alla base di Mother senza le quali si tratterebbe di un atto di pura crudeltà visiva. Ambientato in una Bangkok per lo più notturna e desolata, il film si apre con un percorso nelle sue vie per far ingresso in un’abitazione seguendo la soggettiva del regista. Sono queste le prime scene squisitamente documentaristiche del film a cui si giustapporranno e contrapporranno di continuo ricostruzioni e scene fantastiche di sogno che rendono Mother un lavoro composito e insieme di difficile discernimento.

Il film ha le caratteristiche ‘magiche’ e ancestrali del nuovo e vecchio cinema tailandese, in bilico tra sovrannaturale e realtà urgente capace di spiegare l’una con l’altra e di realizzare connubi interessanti e meravigliosi. Così già nell’opera del regista palma d’oro Apichatpong Weerasethakul, storyteller della leggenda popolare affollata da creature oltremondane e gravida di circostanze prodigiose con le quali mediare la realtà contingente. Della mitologia da lui recuperata si ricordi il pesce gatto che donò piacere alla principessa in uno stagno (Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives, 2010) che nella memoria fa il paio con il simbolismo della carpa in acquario di The Pornographers (Imamura, 1966) e quella mitteleuropea di Conspirator of Pleasures (Svankmajer, 1996). Il pesce in oriente come in occidente torna ad essere il simbolo del tormento interiore e della sua sublimazione, della spiritualizzazione del malessere anche per Ruetaivanichkul che lo sceglie come trait d’union della narrazione pseudo-documentaristica. Accanto al magico, alla ricostruzione, la realtà più dolorosa e realistica che passa a scandagliare vicinissima la pelle provata dalla malattia e dalla sofferenza del volto della madre, gli sguardi in camera disarmati, al punto che è incredibile sapere dalla viva voce del regista che del documentario realizzato all’interno di un corso di cinematografia siano all’oscuro i membri della sua famiglia e il protagonista stesso della storia.

Seppur danneggiato dalla compresenza non propriamente armonica di stili e registri linguistici diversi, Mother è un’opera notevole che parte dal principio coraggioso del rendere universale il particolare, riuscendoci.

Director, Producer, Director of Photography, Editor, Visual Effect Artist, Colorist: Vorakorn Ruetaivanichkul
Case di Produzione: Hello Filmmaker
HD 64 minuti

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