TORINO FILM FESTIVAL 30 CORRISPONDENZA: LEVIATHAN DI VÉRÉNA PARAVEL, LUCIEN CASTAING-TAYLOR (ITA)

Per Narda Liotine

Un universo autosufficiente vivace ed affannato sopravvive da secoli sui vascelli che solcano i mari, dove la legge marinara stringe patti di morte e fatica con quella naturale. Al modo delle acque che sfuggono ineluttabilmente all’immobilità, questa relazione non conosce che travaglio e azione.

Introdotto dai versi di Giobbe sul mostro ancestrale da cui prende il titolo riportati in un carattere gotico opinabile che ritorna nei titoli di coda, il documento realizzato dal regista ed etnografo inglese Lucien Castaing-Taylor e dalla documentarista e antropologa francese Véréna Paravel è un reportage vivido e onnicomprensivo della pesca d’altura a strascico sulle coste della Nuova Inghilterra. L’evocazione iniziale sembra atta a riprendere le fila del mito che dal testo veterotestamentario passa per Melville nella narrativa moderna e tocca Hobbes nel pensiero politico occidentale, mutuando dal primo il tema dell’attività umana messa a dura prova dalla perigliosità marina e diventando quasi un’allegoria del secondo.

Leviathan si apre bruscamente, a cose fatte, sulle carrucole e le reti tirate su, svuotate e rilanciate in mare mediante le riprese concitate e sporche di una camera che passa di mano in mano, da pescatore a pescatore in una soggettiva plurima alterata dall’ansia del lavoro umano, dallo sforzo dell’azione spesso a riprendere oggetti di cui non si comprendono i confini, le fattezze, imbruniti dalla notte e umidi di salsedine e acqua. Ancora, dalle camere montate a decine sull’albero maestro, sui fianchi della nave, nella stiva,
derivano le prospettive di visione che contribuiscono a ricomporre la realtà non mediata, non chiarificata della pesca mercantile, ma lampante nelle sue manifestazioni mesmerizzate perchè colte attraverso la crudeltà del flagrante. Leviathan è un’esperienza visiva totale, disturbante al punto che nel montaggio le prospettive disassate di volo dei gabbiani ripresa prima a babordo e poi a tribordo, straniano e turbano enfatizzate dallo sciacquio di fondo.

Con Leviathan ci troviamo dinanzi a un’opera quasi totalmente etnografica. Netto ed essenziale se non per le pochissime concessioni alla compassione e all’ impressionante tipiche del documentario vero e proprio, il film rasenta la perfezione. Nella sua discrezione quasi scientifica ricorda le opere etnografiche di Vittorio de Seta, i suoi Pescherecci, Lu tempu di li Pesci Spata e Contadini del Mare, lo stesso suono in presa diretta che domina tutto e assedia lo spettatore, la distanza giusta dall’oggetto, il lavoro , la fatica restituiti apparentemente intatti.

Regia: Véréna Paravel, Lucien Castaing-Taylor
Produttori: Véréna Paravel, Lucien Castaing-Taylor
Cinematography: Véréna Paravel, Lucien Castaing-Taylor
Montaggio: Véréna Paravel, Lucien Castaing-Taylor
87 minuti

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